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I tunnel di Gaza: oltre la propaganda

  • paolopandinyou
  • 5 ago
  • Tempo di lettura: 5 min
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A partire dal 7 ottobre 2023, la parola “tunnel” era sulla bocca di chiunque tentasse di dare una  giustificazione e un senso ai crimini più aberranti commessi dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, una regione costiera con una densità di 5935 abitanti per km2.  

La lista potrebbe proseguire all’infinito, ma il concetto è chiaro: se sotto c’è un tunnel, ogni cosa è concessa. D’altronde, “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, no? Ma se, da un lato, evidenziare la bestialità di queste affermazioni sarebbe sufficiente a screditarle, dall’altro è manifesto che a renderle efficaci è la parziale verità su cui esse affondano le proprie radici. Piuttosto, indagare sul perché in un fazzoletto di terra con una superficie di 360km2 , sia stata realizzata una tale rete di cunicoli sotterranei, potrebbe rivelarsi un antidoto più efficace contro la subdola e pervasiva propaganda made in Israel  

Quindi, perché esistono i tunnel a Gaza? Per rispondere a questa domanda, non possiamo ignorare alcune questioni fondamentali: 1. chi controlla la Striscia. Sebbene il governo dell’area sia de iure presieduto da Hamas, a condizionare ogni aspetto della vita di quasi 2,2 milioni di Palestinesi è de facto Israele, il quale, nonostante abbia smantellato le 21 colonie presenti nella Striscia di Gaza fino al 2005, controlla ancora l’ingresso e l’uscita di persone, materiali e alimenti , l’accesso al mare,  lo spazio aereo, il consumo di calorie per abitante, la costruzione di infrastrutture strategiche, il flusso  di corrente elettrica, ecc

In effetti, per citare il fratello di Marwan Barghouti, Mustafa Barghouti, quello effettuato da Israele nel  2005 fu un riposizionamento militare, un semplice cambio di strategia, ma l’occupazione persiste, più soffocante che mai. 

2. Come sopperire alla mancanza di quelle risorse essenziali alla vita (cemento, carburante,  dispositivi igienici, medicinali, motori, generatori, acqua ecc.), cui il governo israeliano vieta l’ingresso perché ritenute “a duplice uso”, ossia utilizzabili per scopi militari, oltre che civili. 3. Occorre tenere in considerazione che, in una prigione a cielo aperto dove l’età media è di 18 anni, il  tasso di disoccupazione si aggira intorno al 46% e due terzi della popolazione vive sotto la soglia di  povertà (dati antecedenti il 7 ottobre 2023), è naturale che fioriscano modelli economici alternativi, come quello dei tunnel, che danno origine ad un sistema capace di stimolare alcuni settori strategici  (come quello delle costruzioni e del commercio) e offrire posti di lavoro (circa 12.000 operai erano  impiegati nel settore nel 2008). Infatti, per molte famiglie, il lavoro nei tunnel costituisce l’unica fonte di reddito e, di conseguenza, nonostante la sua pericolosità – sono decine le testimonianze di persone che hanno perso i propri cari sul posto di lavoro – una scelta ineluttabile. 

Con queste premesse, la risposta alla domanda “perché esistono i tunnel a Gaza?” è quasi intuitiva.  Quando in gioco è la sopravvivenza, ogni strumento diventa risorsa, ed è questo il caso dei tunnel.  La storia di questo fenomeno ha il suo punto di inizio nel 1948 (Rif. pag. 56) e continua nel presente con un  obiettivo chiaro e definito: alleggerire il peso dell’occupazione israeliana.  

L’IDF scoprì l’esistenza dei tunnel nel 1983 e, a partire da quel momento, consolidò la prassi di distruggerne il maggior numero possibile, utilizzando come alibi il timore che essi divenissero vettori prediletti per le armi della resistenza (la Prima Intifada sarebbe cominciata qualche anno dopo, nel 1987).  

Tuttavia, fino all’avvento della Seconda Intifada, la rete di gallerie che si dirama sotto Gaza era impiegata, per lo più, per il contrabbando di alimenti, droga e oro. Solo dopo l’anno 2000, la resistenza  cominciò a servirsi dei tunnel per arricchire il proprio arsenale e, nonostante gli sforzi delle forze  israeliane per distruggere questa complessa rete logistica, le sue diramazioni si moltiplicarono  incontrollate e incontrollabili, mantenendo da una parte il carattere contrabbandiero, dall’altra quello di supporto alle fazioni armate.  

Un altro punto di svolta fu l’anno della presa militare della Striscia di Gaza da parte di Hamas, avvenuta nel 2007 e seguita da un’ulteriore stretta dell’assedio da parte del governo israeliano, il quale designò Gaza “entità ostile” e tagliò i rifornimenti di generi alimentari e carburante.  Naturalmente, poiché le restrizioni imposte impedivano l’accesso a beni vitali e materie prime  fondamentali, i tunnel assorbirono rapidamente le esigenze della popolazione e, negli anni che seguirono la presa del potere da parte di Hamas, si instaurò un vero e proprio apparato per la gestione dell’attività sotterranea fatto di burocrazia, tasse, regolamentazione e rigido controllo sulle merci contrabbandate. In questo modo, medicinali, carburante, sigarette, generatori di corrente, motociclette, biciclette, utensili idraulici, bestiame, vestiti per adulti e bambini, scarpe e cemento provenienti dall’Egitto, potevano raggiungere e rifornire il mercato nero di Gaza, con le problematiche  ad esso correlate (l’aumento esponenziale dei prezzi, la speculazione, la formazione di gruppi elitari, la corruzione…). Ma ad attraversare le strade sottostanti la Striscia non erano soltanto  le merci: prima che le autorità egiziane distruggessero la maggior parte dei tunnel che collegavano Gaza all’Egitto, non era inusuale per le famiglie separate da guerra, povertà e sfollamenti, riunirsi nei vicoli sotterranei. Poiché è Israele a decidere se, quando e come accedere alle regioni palestinesi, i tunnel raffiguravano una via di ricongiungimento per i palestinesi fuggiti oltre il Sinai e i loro cari  rimasti nella Striscia; lo racconta Bint al-Sirhid (pseudonimo), scrittrice palestinese-americana, in un’intervista per npr: “Questi tunnel sono diventati ciò che molti chiamavano i polmoni attraverso cui  Gaza respirava. E molte cose non erano ammesse. Le persone venivano separate dalle loro famiglie. Hanno iniziato a scavare per raggiungersi a vicenda(...)”. 

Alla luce di questi elementi è possibile delineare il contesto in cui il fenomeno dei tunnel va  sviluppandosi, nonché la sua funzione quasi essenziale in un’area devastata da decenni di occupazione, guerre, carestie indotte e divieti. In questo stesso perimetro, l’utilizzo di questo tipo di infrastrutture da parte delle milizie armate rimane sì un aspetto problematico, ma non centrale, al contrario di quello che certa parte dell’informazione sostiene. Quando cemento, carburante, frutta,  farmaci, detersivi, animali, sigarette, oro, vestiti, scarpe, biscotti, formaggio e latte in polvere vengono negati ad una popolazione intera perché ritenuti beni “a duplice uso”, adottare sistemi che possano mitigare gli effetti devastanti di tali carenze diventa una questione esistenziale, indipendentemente da rischi e complicazioni annessi. 

In conclusione, il tentativo di criminalizzazione e delegittimazione messo in atto dalla propaganda, si scontra inevitabilmente con una realtà più complessa che, se esplorata, rivela quanto, ancora una  volta, il problema non siano le strategie adottate dai palestinesi, bensì la causa della loro origine: l’occupazione.

Articolo di: Valentina Corai. Per sostenere approfondimenti e documentari del canale puoi donare su Produzioni Dal Basso.


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