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A sinistra, tra "moderati" e "rivoluzionari in pantofole".

  • paolopandinyou
  • 19 lug
  • Tempo di lettura: 3 min
Obama, bush, clinton

In questo decennio la sinistra è alla ricerca di una nuova identità coerente; tra serie analisi e approfondimenti importanti, ma anche tra fazioni di inconsapevoli e imbecilli.


Da un lato ci sono coloro che si auto-raccontano come moderati e decantano i bei tempi andati di Obama (o Clinton), dimenticando - con il buon cuore con cui si presentano al mondo - dell’inferno libico, il fallimentare uso dei droni sullo Yemen o l’inizio delle politiche di contenimento della Cina che oggi contribuiscono a creare instabilità economica, spesso rafforzando - in un apparente paradosso - i mercati asiatici.


Moderati questi, fintanto che la vista è a corto raggio, fintanto che il potere elargisce qualche diritto momentaneo da godere prima della successiva soppressione dovuta alla mancanza di cambiamenti nelle strutture e dinamiche del potere. Fintanto che si chiude lo sguardo all’altra sponda del mediterraneo.


Per non parlare dell’adesione tout-court alla crescita spropositata del mercato finanziario che oggi causa tanti problemi all’economia reale e già ne causò nel 2008, proprio negli anni dei movimenti di “occupy Wall Street” usati dallo stesso Obama per acquisire consenso.


È certamente vero che un Obama, sotto molti punti di vista, è meglio di un Trump o di una Hillary Clinton, ma è altrettanto vero che le bombe per scopi egemonici e l’elargizione di diritti senza cambi strutturali, si sposano male con la cultura socialista europea. Come possiamo osservare nei fatti (o nelle foto), un Obama giustifica un Bush (che da solo conta almeno un milione di cadaveri) e la cosa non può che produrre acidità di stomaco, non solo a chi si ritrova nell’area politica di sinistra ma a chiunque abbia un minimo senso di civiltà e umanità, di destra sinistra sopra o sotto. A chiunque non accetti l’impunità sui crimini di guerra.


In sintesi, una moderazione a buon cuore fin tanto che ci si tappa naso, occhi e orecchie.


Vicino a loro, molto più vicino di quanto si possa pensare, si trovano coloro che elargiscono rivoluzione e violenza a colpi acrobatici di chiacchiere. Persone che spesso si posizionano su battaglie condivisibili, ma che non perdono occasione per alzare l’ asticella della violenza verbale come piccoli rivoluzionari pantofolai al grido di: se a destra aumentano i toni, dobbiamo alzarli anche noi. In questo caso affido il centro del pensiero che qui voglio esporre alle parole di Turati nel 1920: “Quando si pretende di adoperare la violenza per miracolose improvvisazioni socialiste, la violenza non è altro che il suicidio del proletariato, è fare gli interessi degli avversari. Oggi non ci pigliano abbastanza sul serio; ma quando troveranno utile prenderci sul serio, il vostro appello alla violenza sarà accolto dai nostri nemici, cento volte meglio armati di noi, e allora addio per un bel pezzo azione parlamentare, addio organizzazione economica, addio Partito Socialista.”


Se consideriamo che oggi non abbiamo né azione parlamentare, né organizzazione economica, né Partito Socialista, figuratevi quanto è intelligente e utile alzare i toni. Sia chiaro, non significa che lo scontro dialettico non debba essere deciso; non significa che non si debba arretrare di un millimetro nella dialettica e avere ancora più coraggio nella proposta politica, anzi. È necessario occupare gli spazi fisici e virtuali del dibattito. Ma festeggiare la morte altrui, almeno personalmente, non mi appartiene.


In pratica, inneggiare ai missili iraniani, ai colpi di AK-47 di Hamas, o ai droni di Hezbollah come strumenti di giustizia sociale, come amici partecipanti ad una lotta comune, contribuendo a bidimensionalizzare (perdonate l’invenzione del termine) la complessità facendo il gioco degli avversari, non porta a null’altro che a compattare i campi avversi in vista dell’ennesima sconfitta politica.


Affermare di non essere più disponibili a condannare Hamas poiché gli schiavi per potersi liberare hanno dovuto tagliare le teste ai propri aguzzini secolari, come afferma Norman Finkelstein, portano la questione su un piano dialettico di comprensione storica e umana, senza arretramenti; inneggiare e festeggiare il sette ottobre, è un altra roba. Robaccia.

Finkelstein sposta il dibattito su un piano di elaborazione e comprensione, i rivoluzionari con la pantofola in una mano e il telefono nell’altra, entrano nel campo dell’avversario e giocano con (e per) lui senza neppure esserne consapevoli.


Se c’è una cosa che i nostri nonni - fondatori di questa repubblica e che il fascismo l’hanno combattuto davvero - ci hanno insegnato, non è certo lo sbraitare al conflitto armato; ma lo studio approfondito, senza arretramenti sui principi. Troppi urlatori e moderati auto-dichiarati di sinistra, si sono dimenticati di questa lezione.


In mezzo, sia chiaro, c’è tanta gente, una grande quantità di persone che studia, propone analisi, propone soluzioni e progetti, sbagliando o azzeccandoci, ma pone le basi per una ricostruzione di una sinistra coerente e di senso. La strada é lunga, nel frattempo c’è la possibilità di perire, tra le sabbie mobili dei moderati e dei rivoluzionari in pantofole.

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