È ripartita la SUMUD FLOTILLA, e noi?
- paolopandinyou
- 26 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 27 apr
L’attacco criminale al Venezuela, la stretta asfissiante e mortale su cuba, la guerra contro l’Iran e il Libano, la chiusura dello Stretto di Hormuz e nel frattempo i decreti libertici come il Decreto Sicurezza e le azioni di criminalizzazione di quelle parti politiche che lavorano per la pace e le lotte sociali in europa e negli Stati Uniti.
Infine, il lento e costante strangolamento della Striscia di Gaza che prosegue nel silenzio colpevole dell’informazione.Il tutto accompagnato dalle farneticazioni di un anziano sociopatico che necessiterebbe di cure importanti.Un clima politico che frastorna, ci fa perdere la bussola e ci drena le energie. Un clima politico che ovviamente diventa anche economico e insieme alle energie drena i nostri portafogli.
Un clima umano che si invita all’inazione, alla passività, immersi in una matassa di continui eventi tragici di cui non troviamo soluzione, non ne capiamo il senso e ci viene voglia di arrenderci a questa incapacità di comprendere giochi e dinamiche assassine e criminali.
In questo clima umano, il 12 aprile è ripartita seconda Global Sumud Flotilla per Gaza. Un evento che sta passando in sordina nel mondo dell’informazione e della politica. Sta passando in sordina anche nel mondo della cosiddetta contro-informazione.Eppure questa volta la mobilitazione della Flotilla è ancora più grande: almeno 70 imbarcazioni, 3.000 partecipanti di cui 1.000 professionisti sanitari, provenienti da 100 Paesi.
Una mobilitazione straordinaria, di cui pare però, che ne abbiamo dimenticato la straordinarietà. Questa capacità da parte dei popoli di unirsi in un azione comune civile per andare contro una macchina bellica apocalittica e criminale, come quella Israeliana nei confronti di Gaza, sembra non affascinarci più, non creare in noi una reazione. Addomesticati e anestetizzati dal bombardamento dell’attualità.Il 18 aprile a Venezia, una manifestazione sorprendentemente molto riuscita, organizzata da diverse realtà territoriali, ha attraversato la città per ricordare la partenza della Flotilla e contribuire nel riattivare quell’azione collettiva che era stata un momento politico internazionale nel settembre-ottobre dello scorso anno. Anche se sui social non siamo più bombardati da immagini terrificanti di bombardamenti incessanti su Gaza, di orde di affamati che corrono in cerca di cibo e da dichiarazioni assassine da parte dei criminali al governo di Israele, la situazione è ancora drammatica. I bombardamenti, anche se ad un ritmo modesto, se è un parola che si può usare in questi casi, uccidono decine di civli al giorno. Per quanto gli aiuti umanitari entri in maniera più omogenea rispetto al passato, non sono sufficienti a interrompere la crisi alimentare grave che ancora colpisce più di un milione e mezzo di persone nella Striscia di Gaza. E gli aiuti umanitari comunque non sono sufficienti neppure a coprire i fabbisogni medicini all’intenro della Striscia. La popolazione continua a vivere un inferno senza infrastrutture, con li sistemi fognari distrutti e che buttano direttamente nel Mar Mediterraneo, con l’accesso all’acqua potabile limitatissimo, molto spesso senza energia elettrica. Le stime rilasciate dall’ONU e dagli osservatori internazionali sono da incubo. Il 40% della popolazione, circa 800.000 persone vivono in aree a rischio allagamenti, poichè sono state costrette a vivere in tende lungo il mare. 740.000 minori non hanno più accesso all’istruzione. Oltre 120.000 donne in gravidanza necessitano di assistenza sanitaria urgente.Nel mese di gennaio, l’OCHA ha sottoposto a screening per la malnutrizione 89.855 bambini, di questi circa 9.000 sono stati sottoposti a cure per malnutrizione. Nel mese di Febbraio, l’OCHA ha raggiunto con i suoi aiuti alimentari circa 350.000 persone, a queste persone però riusciva a fornire solo il 50% del fabbisogno calorico minimo giornaliero, avvisando le autorità, che le sue scorte all’interno della Striscia sarebbe finite ben presto e sarebbe stato necessario un aumenti degli ingressi di aiuti umanitari, cosa questa che non è avvenuta.Negli ultimi mesi poi, si contano circa 6.000 casi di amputazione che però non possono ricevere aiuto, poichè è stato permesso l’accesso solo di 300 protesi dal dicembre 2025.Anche la sorveglianza sulle epidemie non possibile e non si può escludere la trasmissione d i poliomieliti, una malattia infettiva che colpisce il sistema nervoso centrale portando anche alla morte. Non si ferma neppure la distruzione di ciò che restava della Striscia di Gaza occupata da Israele. La distruzione degli scheletri delle infrastrutture civili è sistematica, con l’ottica di una revisione dell’infrastruttura della Gaza. Le forza militari hanno creato nuove infrastruttura militari attorno alla linea gialla che è il nuovo confine di Gaza, per tenere sotto controllo la popolazione civile. La città di Rafah, così come la conoscevano i palestinesi, non esiste più, è stata totalmente rasa al suolo e favore, parrebbe, delle nuove infrastrutture previste dalla fase 2 di occupazione del Piano Trump. A Gaza, ancora oggi, non esiste un posto sicuro e neppure per i prigioni civili nelle carceri israeliane che da anni subiscono ogni tipo di tortura, come abbiamo visto insieme nell’ultima diretta su questo canale.
Certamente, la Crisi economica devastante che ci aspetta da questa seconda parte del 2026, causata dall’aggressione all’Iran ci porta tutti a rinchiuderci su noi stessi, a farci i conti in tasca, a guardare al nostro orticello, per poterlo preservare. Ma forse, lavorare tutti i giorni per preservare questo orticello che ci permette di sopravvivere e lottare perchè questo orticello non sia stonfo di sangue, non sono due azioni che vanno in contraddizione.Nella mobilitazione generale dell’autunno scorso, sindacati di base, varie categorie di lavoratori dai portuali ai sanitari, e associazioni di vario genere, si erano attivate per portare l’attenzione sulla Flotilla e sulla situazione a Gaza. Oggi la situazione è ancora grave e se ampliamo lo sguardo anche al Libano dove ci sono più di un milione di sfollati dalla propria terra, è infernale. In cui questo inferno, la parte di mondo in cui viviamo è nel migliore dei casi complice, negli altri è proprio la mano insanguinata. Una mano che con il suo sangue, ci ruba pure i soldi dalle nostre tasche. Riportiamo la nostra attenzione sulle azioni collettive che sono uno strumento politico e di partecipazione, queste sono le azioni e i momenti che permettono la nascita di novità inaspettate per la resistenza continua contro chi prospera sulla carne viva dei popoli. Fonti:
Interviste: Paolo Pandin & Valentina Corai



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